Ancora una conferma: tra pochi anni, scomparso il significato di comunismo e socialismo come parole d’uso – se ne occuperanno solo gli storici – anche “destra” e “sinistra” non varranno a definire “valori”.
Infatti da trent’anni non si ragiona di valori, ovviamente declinati nei differenti contesti. Se nessuno si è accorto della necessità di parlare in termini “mondiali” (oggi ce ne obbliga la globalizzazione, come un tempo l’internazionalismo “profetico”), bisognerà, dopo “movimenti” e gruppi vari (trent’anni fa si era partiti dai “gruppuscoli” per finire con “girotondi” di avvertimento), tornare – sperando che i populismi non abbiano prodotto guasti nazionalistici – al significato di quella “società” su cui avevano ragionato gli antichi quando costruivano i partiti e i sindacati e dividevano gli sfruttati dagli sfruttatori, guardando un po’ oltre la punta del naso, oltre i confini. In attesa di immaginare un “nuovo ordine”, cioè nuovi valori fondanti – come potrebbe essere lasciare che finalità della produzione di merci vada lasciata al mercato, mentre finalità di sistema diventi il benessere umano – , la Francia sceglie “la sinistra” di Hamon. Magari sbagliassimo a pensare che forse le stesse “alte autorità” finiranno per proporre (per uscire da rischi sociali maggiori) il salario minimo universale e l’orario a 32 ore, se non si saranno fatte riforme (costose). Ma proporle ora al popolo della sinistra, diviso tra essere “populista” o “élite”, è perdente: il libro dei sogni non entra nei necessari bilanci.
Davvero voglio sbagliare: l’ombra di Marine Le Pen inquieta se molti non ce la faranno a votare Fillon. Da lontano non induce gli italiani della “sinistra di sinistra” a pensare che, alla fine, c’è sempre un ballottaggio.

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