E’ stato un prof univ che ha testimoniato quanto sia vero che la cultura non esce dall’università. In un’assemblea del ’68 viene contestato per aver detto che il primo dovere di un intellettuale impegnato è quello di vivere sugli alberi (il barone rampante!) per tenere le distanze con i “compagni” e poterli criticare, e di non costruire slogan contro gli avversari. E criticando l’intellighenzia organica di sinistra (ancora crociana e snobistica di fronte alla cultura di massa) pensava che una canzone di Mina (che “non può essere giudicata sul metro poesia-non poesia”) risponde a esigenze delle masse che sopravvivono alle discussioni su struttura e sovrastruttura. Denunciava il bisogno di un’immaginazione epistemologica che metta su uno stesso piano di indagine il quadro astratto, il film western, la neue Musik e Celentano”. La “vaga speranza” della sinistra che in futuro anche le classi subalterne siano penetrate dai valori( del nuovo umanesimo ancora aristocratico-borghese) cela in realtà la “paura che questo avvenga davvero”. Infatti accuso sempre il Pci e in genere tutta la sinistra di non aver mai diffusio o nelle masse la conoscenza della Costituzione….

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