UNA CRISI EUROPEA                            Viandanti luglio 2015

Giancarla Codrignani

Speriamo che a nessuno venga in mente di credere che si è gridato al lupo mentre il lupo non c’era. Tutti hanno visto e continuano a vedere che i lupi ci sono ancora tutti e hanno i denti pronti a sbranare, soprattutto perché si trovano in un sistema senza vie d’uscita e non si arrenderanno senza continuare a cercare agnelli da sbranare. Il neo-capitalismo, da quando è diventato più finanziario che economico, procede in mezzo alle distruzioni e attenta ormai agli equilibri democratici. Tuttavia anch’esso sta dentro la trasformazione radicale a cui la storia ha pilotato la globalizzazione e, mentre continuerà a rifiutare concessioni, viene gestendo il suo dominio nel vuoto virtuale e improduttivo dei derivati, delle bad bank e della compravendita perfino dei debiti di paesi insolventi (l’Italia ha rischiato di perdere più di 40 miliardi di debito greco acquistato). Eppure è così che controlla gli Stati, indotti tutti, in Europa, ad inserire nelle loro leggi fondamentali il pareggio di bilancio: impossibile pensare alla sovranità delle singole nazioni per sfuggire alla presa di un potere incrociato e inafferrabile formato da banche, assicurazioni, multinazionali, criminalità organizzate e quant’altro. Quindi, per ora, nessuno degli indebitati pensi possibile un bis del caso greco.
Il Sole24Ore del 19 luglio ricordava che il debito mondiale supera i 200.000 miliardi. L’Europa fa la sua parte e la Germania (nemmeno lei esente da debiti) mantiene buono il rapporto con il Pil e solo per questo immagina di mettere in riga tutti gli altri. Ma la speculazione è sistemica e non risparmia nessuno. Romano Prodi constatava in questi giorni che “la globalizzazione ci pone davanti a un’alternativa ben chiara: o costruiamo un’autentica autorità federale o le forze nazionali, che sono diventate del tutto dominanti rispetto alle istituzioni europee, ridurranno di nuovo l’Europa a pezzi”.
La Grecia è un piccolo paese, che entra nel Pil europeo solo per il 2 % e, nel computo dell’imponente debito collettivo, per il 3%. Eppure queste percentuali erano in grado di mettere in ginocchio l’intera Ue e spezzettarla in 28 monadi insignificanti. Il castello di sicurezza in cui pensiamo di vivere è di carta e la certezza di un Pil comunitario, possibilmente rinnovato nei contenuti, a garanzia dell’equilibrio interno è diventata una necessità. Infatti se la Grecia non è ancora del tutto in sicurezza, Francia, Italia (il cui debito è ulteriormente cresciuto in queste settimane) e Cipro, i paesi più a rischio (ma perfino la stessa Germania) l’hanno salvata per evitare che il gioco facesse crollare insieme tutti i birilli. Purtroppo l’operazione di rientro nei parametri obbligati – che qualcuno definisce immaginari (e che probabilmente sono tali) – ha agito e agirà con tagli a pensioni, servizi sociali, fiscalità comune e sacrifici per tutti: soprattutto in basso, a danno di lavoratori e ceto medio, perché la spesa pubblica è la vittima sacrificale – dinunciata per giunta come responsabile – della crisi.
Insomma, ancora codice rosso non solo per Atene. Come duemilacinquecento anni fa: arrivano sempre gli ambasciatori dei potenti e umiliano gli abitanti della piccola isola: siccome non potete essere autonomi, o vi adeguate al nostro diktat o veniamo con i carri armati. Poi i potenti ateniesi del 416 a.C. persero la guerra e, con l’arrivo dei “trenta tiranni”, misero fine anche alla democrazia. Nel 2015 il quadro non è meno complesso. Il rumore dei media ha fatto ben risonare le campane elleniche, ma non ha messo in evidenza il crollo della borsa di Shangai (perduti 3.000 mld) negli stessi giorni del terremoto greco: ovviamente le informazioni sono quelle rassicuranti del governo cinese, ma gli economisti seri temono una futura crisi “big one” globale; noi europei possiamo contare solo sull’Unione e sull’euro per rendere proficua l’interdipendenza. D’altra parte non si dice, ma un fattore importante per il mantenimento della Grecia nell’Unione è stata la dubbia stabilità dell’area mediterranea e mediorientale in presenza di conflitti non più solo potenziali. Non è infatti un caso che il bilancio della difesa della Grecia, paese appartenente alla Nato, sia sempre stato imponente. Inoltre, sia Obama sia la troika sapevano l’interesse di Putin per le zone strategiche.
Molte sono le voci che ritengono necessaria un’opposizione che prenda l’esempio da Tsipras che ha rispettato il popolo chiamadolo a referendum (anche se la gente ha votato “no” per dire “sì”), si rifaccia ai principi di un “nuovo internazionalismo del lavoro”, di una “sinistra alternativa”, di una resistenza “alla tirannia dell’Europa usuraia” e che temono perduta “l’Europa sociale, l’Europa dei diritti”. Perfino Luciana Castellina, che pure condivide il pessimismo e teme “le tentazioni autoritarie”, ritiene che “non è rivo­lu­zio­na­rio sbattere comun­que la testa con­tro il muro senza valu­tare se si rompe la testa o si sbri­ciola il muro”. Infatti manca una “visione” alla base delle proteste e non basta dire che “siamo tutti greci” per uscire dai ricatti: il rischio è, anzi, quello di aiutare i nemici dell’euro e dell’Unione europea.
Se, infatti, l’Europa fosse stata una vera “Unione” avrebbe avuto non solo una moneta unica, ma anche un bilancio unico e una legislazione fiscale unica. E il caso greco non sarebbe mai nato. Oggi è una “zona Euro” instabile, senza cooperazione interparlamentare e Delors da una vita ripete che la legittimazione istituzionale è tanto dell’Unione quanto dei paesi membri (cioè tanto della Commissione europea che della Grecia). Possibile che nemmeno noi cittadini, democratici e moderni, capiamo l’insensatezza di 28 Stati legati da un’unione formale che spendono centinaia di miliardi per mantenere 28 eserciti nazionali? sembriamo incapaci di ripassare la storia del secolo scorso e di cogliere i nessi che collegano i default economici a due guerre mondiali e a fascismo, nazismo, franquismo, salazarismo, petainismo? Cerchiamo almeno di capire dove stiamo andando….
Se ci sentissimo davvero europei – magari in attesa di diventare cittadini del mondo – capiremmo perché la sovranità nazionale – lo dice esplicitamente la Costituzione italiana – deve compiere un passo indietro davanti alla sovranità europea. Infatti i paesi che hanno scelto di restare fuori dall’euro vivono gli stessi problemi e non a caso i loro elettori, per paura, sono passati alle destre: le crisi prive di alternative progettuali – solo il Papa può parlare dei diritti e dei doveri senza dover allegare i preventivi di bilancio (e per questo abita l’immaginario della sinistra radicale) – penalizzano le democrazie, soprattutto quelle del terzo millennio, che non sanno elaborare la fine dei vecchi partiti che, liberali o socialisti, non hanno saputo rivitalizzarsi con nuove “visioni”, mentre il consenso si orienta verso “movimenti” indefinibili, che possono essere indifferentemente M5S in Italia o “lepenisti” in Francia.
Non sono mancati gli allarmismi su future Weimar e possibili fascismi: lo scontento della gente (un tempo si diceva “le masse”) per crisi, disoccupazione, speranze rivoluzionarie di comunismo, dilagate dopo la “vittoria” del ’18, produssero il terreno di cultura per un’antipolitica rovinosa. Oggi la confusione non è da meno e chi “sta a sinistra” si trova al fianco Beppe Grillo, Salvini e Giorgia Melloni; per non citare Le Pen, Farage e Alba Dorata, o anche i Greci Indipendenti (Anexartitoi Ellines), nazionalisti e xenofobi, ma al governo con Tsipras. Intanto le socialdemocrazie del Nord Europa, ormai impossibilitate a far crescere il benessere sociale, hanno ceduto il governo alle destre e assistono alla crescita di strani partiti: in Finlandia i “Veri finlandesi”, in Danimarca il “Partito popolare danese”, in Norvegia il “Partito del progresso” (quello dell’attentatore Breivik), in Svezia i “Democratici svedesi”; mentre nella Germania dei cristiano democratici della vecchia CDU è cresciuta l’ Alternative fur Deutschland temuta dalla Merkel e perfino “Pegida”, il Partito degli Europei contro l’Islamizzazione. Tutti nazionalisti e xenofobi: preoccupano perché non ci eravamo accorti dell’emigrazione svedese nella più ricca Norvegia o dello stop di Cameron agli immigrati, con riferimento anche ai nostri laureati giovani che lavorano a Londra. Anche per questo – piaccia o non piaccia – il minimo per sostenere la democrazia vacillante dei nostri paesi è tornare, costi quello che costerà, a “fare Europa”.
Vale, dunque, la domanda ottimistica “e se la crisi greca fosse un’opportunità?”. Stacchiamoci per un momento dalle parole infuocate di Varoufakis, Tsipras, Schaeuble o dalle critiche mai preventive di Krugman, Piketty, Habermas e Bauman e riprendiamo a pensare con la nostra testa. Per chi auspica il federalismo da una vita è triste sentire l’Europa ridotta a mito: non era un’utopia nemmeno per i fondatori della Lega della Pace e della Libertà che, nel 1867, volevano una federazione repubblicana europea e una Costituzione comune per prevenire le guerre e rappresentare una garanzia di pace fra le nazioni. E la loro rivista, Les Etats-Unis d’Europe – pensate che titolo! – fu chiusa soltanto nel 1939, ai primi segnali della guerra.
Oggi la Grecia è stata “umiliata” e l’Europa ha subito una “sconfitta”? e allora? Il primo Parlamento europeo nacque espropriato della ragion politica, in mano al Consiglio dei governi – quasi una troika -, dentro una Comunità solo economica. Altiero Spinelli tornava da Bruxelles furente per aver dovuto subire la politica dei piccoli passi, del piétiner sur place, dei rinvii a tempi indeterminati. Ma non pensò mai di gettare la spugna: l’obiettivo era troppo importante e richiedeva “pazienza”. Oggi anche lui sarebbe depresso, ma l’amarezza di temere la frana dell’intera costruzione non gli impedirebbe mai di incalzare Bruxelles gridando o mediando e di impiegare tutte le parole per riformare i trattati, per chiedere maggiore unità, per non tornare a Ventotene. D’altra parte, quand’anche? Ventotene resta sempre.

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