“LE PRIMARIE” (“Repubblica”/ BO, 18 / IX / 2008)

Confesso: non sono una fan delle primarie. Non perché mi dispiacciano i tentativi di innovazione, anzi: non tanto la prassi politica, quanto la storia impongono cambiamenti che consentano di tenere saldi i principi democratici e la fedeltà alla Costituzione in contesti che, anche se non tutti se ne sono accorti, sono già culturalmente assai mutati. Tra l’altro occorre non sottovalutare il persistere della diffidenza per il sistema maggioritario, adottato implicitamente dalla sinistra con la cosiddetta “legge dei sindaci” che ha cambiato la relazione amministrati/amministratori, ma che, principalmente, intendeva sperimentare uno strumento valido a porre fine ai cinquant’anni di conventio ad escludendum. Purtroppo l’abitudine alle operazioni di vertice, mai discusse con la base a cui doveva bastare la mitica “linea”, ha mantenuto scarsa conoscenza della materia istituzionale anche nella società civile.
Bisogna, davvero, innovare. Bene, dunque, l’intenzione di ridare forza alla democrazia partendo dalla società civile e, come si dice, “dal basso”. Meno bene che non si proponga una legge che regoli la materia per tutto il paese. Tuttavia, in mancanza di ulteriori approfondimenti di dottrina, bisognerà pure incominciare.
Molte democrazie ricorrono alle primarie: sono quelle a sistema maggioritario e che, comunque, orientano la scelta politica su proposte fortemente personalizzate. In questo momento le elezioni americane sono all’ultima fase e la competizione finale Obama/McCain mostra che la partita si gioca più fra due leader che fra due partiti o due programmi.
Emergono elementi che, visti di lontano, aiutano a chiarire anche ciò che è vicino. Le campagne elettorali americane, primarie comprese, sono in primo luogo impegni in cui i programmi diventano, pragmaticamente, coinvolgimento di lobbies e raccolte di finanziamenti: alle conventions girano le ceste per raccogliere dollari e assegni, disinteressati e non, pur nel rispetto della trasparenza. Da noi il “mecenatismo” politico resta in gran parte occulto e i poteri forti, che finanziano più volentieri la destra, sono noti, ma poco controllati. Il sostegno personale dei milioni di militanti (Obama ha rinunciato, in virtù dei fondi popolari, ai finanziamenti pubblici) non è moda della sinistra, qualunque cosa si intenda con il termine, visto che fatica anche a pagare il tesseramento. Le primarie per Prodi e l’impegno diretto per Veltroni (primarie, queste, per modo di dire) hanno insegnato che due euro bisogna tirarli fuori per non indebitare i candidati. Tuttavia, se non è stato difficile andare a votare per Prodi, la Bindi o Veltroni, sarà meno facile trovare il tempo quando i candidati non siano altrettanto popolari dal Pilastro fino a piazza Maggiore. Anche qui non ci si scoraggi: basta trovare tempestivamente i candidati e lavorare alla loro immagine. Lasciano perplessi quanti pensano che si possa concorrere alle amministrative o, peggio, alle europee partendo pochi mesi prima della scadenza. L’organizzazione è fatta, certamente, di programmi, ma necessita di un adeguato volontariato che si occupi della raccolta dei fondi, della formazione dell’immagine, della propaganda, delle squadre per il “porta a porta”… soprattutto se il candidato “della base” è bravissimo, ma pressoché sconosciuto al popolo sovrano.
La “società civile” non può pensare di avere la bacchetta magica che non hanno avuto neppure i partiti; e non le sono concesse ingenuità. Se, invece di Bologna, parlassimo di Catania o di Caserta – ma neppure il Nord, come sappiamo, è privo di infiltrazioni mafiose – ci sarebbero da temere strumentalizzazioni delle libere candidature: nei regolamenti è richiesta la certificazione antimafia? D’altra parte, la competitività dal basso ha altri prevedibili inconvenienti: se qualche grande impresa come la Fiat stesse a Bologna e fosse interessata ad avere un rappresentante nelle Commissioni europee, i supporters popolari si scontrerebbero con la potenza del mercato mediatico, quello che rischia di sostituirsi alla libera coscienza individuale. Per ora noi della base restiamo con le nostre lobbies casalinghe di parrocchie, sindacati, cooperative, compagnie del bar sport o dei costruttori. Per ora non più di qualche manovretta di ambizioni personali.
Perché, invece, non facciamo, partiti e società, campagna di autoaggiornamento politico, tanto per essere un poco meglio informati, visto che in un paese in cui si votano leggi finanziarie in 8 minuti l’opposizione – di cui un tempo conoscevamo le posizioni perché ne leggevamo gli interventi in aula – viene condannata a lavorare nel chiuso delle Commissioni e sembra che sia ammutolita? Guardate che, mentre giochiamo a dividerci, ci scippano il Parlamento…

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