da LAICITA’ E SCUOLA, a cura di F.Frabboni, pag. 129

Laicità e scuola

A scuola bisognerebbe parlare di più della felicità, del desiderio di cono- scenza, della capacità di scegliere che cosa ciascuno voglia nelle singole si- tuazioni, accettando responsabilmente i limiti e i prezzi da pagare. Un tempo si diceva “formare al senso critico”. Significava che non c’è una lettura pre- figurata e che ciascuno deve diventare lettore in proprio del libro, della mu- sica, del film, del teorema che sta studiando. E che nella vita deve operare scelte personali, in base a criteri che vengono, sì, da regole generali, ma an- che dalla curiosità, dal piacere, dalla necessità di inserirsi nella storia, o an- che semplicemente in una storia. Solo così si diventa ricercatori di verità e, insieme, laici nel senso più pro- prio, cioè consapevoli dell’“esserci” – e non da soli – in questo mondo, oggi definitivamente globale, disposti a diventarne cittadini, mentre siamo ancora italiani e costruttori della cittadinanza europea. Sui cambiamenti radicali che operano nella nostra epoca, epoca di così evidente transizione, può incidere tanto la paura del nuovo orientata alla chiu- sura, quanto il bisogno di ricerca aperto al dialogo. Anche nel nostro paese, come ovunque in Europa, la scuola si è fatta multietnica e dimostra quanto siano superati gli schemi in cui i paesi e le società si riconoscevano per iden- tità nazionali da individuare concretamente nella lingua, le usanze, le religio- ni, le vesti, le feste e, ahimè, “le razze”. La scuola diventa, pertanto, il luogo del coraggio culturale e morale nel rapporto con la pluralità dei valori, le idee correnti, le religioni, le ideologie, per fornire ai giovani la possibilità di inserirsi adeguatamente nei processi tra- sformativi. Si invoca come essenziale per ogni giudizio, anche sul piano educativo, il contributo dell’etica, sostantivo che meglio andrebbe declinato al plurale: i classici antichi conoscevano l’etica platonica, aristotelica, epicurea, stoica… La diversità fra le scuole di pensiero, fonte di dialogo sui valori, nel corso dei secoli è stata abbandonata: è ormai secolare l’adeguamento dell’etica ai va- * Giornalista, saggista. 129
frabboni/IMP 4-07-2007 10:49 Pagina 130 lori delle religioni, percepite ideologicamente come maestre di morale com- portamentale e base di riferimento per i costumi e le leggi. Nel nostro paese, infatti, si abusa dell’aggettivo “naturale” per il diritto e la “morale” comune- mente intesa è la morale cattolica; di conseguenza si è costruito il pregiudi- zio secondo cui l’ateo non possiede valori. Eppure, storicamente, proprio l’accettazione indiscussa di una volontà trascendente le responsabilità indivi- duali a cui si deve obbedienza (“dio lo vuole”) fu causa di danni per società intere e per il senso stesso della fede. La chiesa cattolica denuncia oggi il “relativismo” culturale (anche se il cardinale Carlo Maria Martini profila l’ipotesi di un “relativismo cristiano”). Sarebbe opportuna maggiore cautela, se è vero che il contrario del relativi- smo è l’assolutismo e se si confonde il nichilismo con il relativismo. Il ri- chiamo alla prudenza vale soprattutto perché la contiguità tra il potere e l’af- fermazione degli assoluti è stretta, e la definizione teologica finisce per es- sere interpretata in termini ricattatori e negoziali nei confronti dei governi e delle istituzioni. Le chiese – anche quelle politiche e perfino anticlericali delle ideologie – si proclamano detentrici della Verità, anche se solo la fede può dare certezze, mentre nel tempo e nella storia anche le chiese sono in ricerca, come tutti. Per i cristiani è questo il senso della divinità “incarnata” nella storia, mentre il sa- cro ridotto a dogmatismi, fondamentalismi, assolutismi, si riduce ad oppiaceo e condiziona negativamente la stessa fede. Se, d’altra parte, una chiesa proclama non negoziabili, non per l’ambito interno, ma per i governi, contando su un infausto articolo della Costituzio- ne,le proprie norme, la politica, è condizionata a patteggiare. Oggi, in pieno pluralismo religioso, si corre il rischio della conflittualità. La scuola pubblica italiana c’entra con questi discorsi? Certamente sì. In- fatti, viene interpellata a mantenere la logica pattizia di un Concordato con l’insegnamento non del fatto religioso nella storia, ma della religione cattoli- ca. La Chiesa, evidentemente, invece di trasmetterla attraverso le parrocchie o le famiglie, l’ha delegata allo stato. E lo stato, che se ne è fatto carico, ha compromesso la sua laicità. L’iniquità degli antichi culti ammessi escludenti le minoranze ebraiche e protestanti dal privilegio assegnato al cattolicesimo, si spiegava per l’esistenza della “religione di stato”; ma anche a quei tempi, per giuristi e statisti aperti all’equità del diritto, faceva a pugni con il valore ormai affermato della libertà religiosa e della laicità istituzionale. Nella scuola pubblica, in quella privata e perfino nei seminari non si do- vrebbe dimenticare che la costruzione del sacro e delle stesse religioni è tut- ta umana e storica. L’insegnante di filosofia o di greco spiega tuttora che Se- nofane, venticinque secoli fa, attribuiva ai mortali l’aver immaginato gli dei a loro immagine cosicché gli Etiopi li raffiguravano neri e i Traci con gli oc- chi azzurri. Anche il dio creatore della Bibbia è un mito che può ben convi- 130
frabboni/IMP 4-07-2007 10:49 Pagina 131 vere con i protoni, neutroni, elettroni che si agitavano all’origine; ma i crea- zionisti statunitensi – speriamo senza contagi – impongono la lettura lettera- le del testo sacro e fanno guerra a Darwin. Le religioni, infatti, non sembrano fare un passo avanti nell’adeguare la lettura dei loro messaggi al terzo millennio. La realtà non consente illusioni: è evidente che gli uomini delle religioni hanno paura. Alcuni, forse, ignorano di temere solo la perdita del potere, senza rendersi conto che mettono a re- pentaglio la fede, sordi al richiamo dei “segni dei tempi” che indicano la cre- scita negli umani di quel bisogno libertà senza cui, secondo Spinoza, non si dà umanità vera. Il cattolicesimo non può ripetere l’errore di sentire «assur- da ed erronea sentenza o piuttosto delirio che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza», come sostenne Gregorio XVI nell’enci- clica Mirari vos del1832. Per questo non può, oggi, accantonare le innovazioni del Concilio Vatica- no II, e il coraggio di Giovanni XXIII che, nella Pacem in terris, affermò che «va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente dalla stessa sua natu- ra; diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili». Ne deriva che le religioni, per il contributo positivo che i messaggi di cui sono portatrici possono dare all’umanità, non dovrebbero essere condiziona- te da privilegi e poteri, né richiedere sostegno alle proprie istituzioni, né in- terferire con le politiche degli stati. La Santa Sede è giuridicamente uno stato sovrano e, come tale, partecipa alle istituzioni internazionali, dove ha potuto negare il suo voto quando sup- poneva che l’espressione “politiche familiari” fossero una copertura per con- traccezione e aborto; ma non può chiedere in nome di Dio la parzialità. In questo senso va giudicato errore l’aver cercato di introdurre nel Trattato per una Costituzione europea l’espressione Europa cristiana. Evangelicamente, infatti, l’Europa è ben lontana dal potersi definire cristiana oggi, come non fu cristiano Teodosio quando cancellò la libertà di culto a Roma, né i coman- danti crociati che vedevano nell’elsa della spada levata in alto l’identifica- zione della croce, né le guerre sante e le stragi delle comunità scismatiche e riformate. Oggi l’immigrazione mette l’Europa davanti alla multiculturalità, anche religiosa, come necessità umana e politica: attribuire pari dignità alle diverse credenze che la abitano è determinante per lo sviluppo pacifico e in- tegrato dell’Unione. Di questo le scuole sono testimoni e ne ricavano precise responsabilità: da un lato sono da ripensare i cosiddetti principi identitari (per cui l’attributo “cattolica” connota tuttora l’identità italiana) perché in età adolescenziale so- no percepiti spesso apoditticamente e sfociano negli stereotipi quando non nei nazionalismi; dall’altro nella scuola non ci sono più soltanto gli studenti 131
frabboni/IMP 4-07-2007 10:49 Pagina 132 “non avvalentesi” dell’ora di religione cattolica, ma moltissimi che, islamici o orientali, hanno relazioni diverse con il sacro e che per gli insegnanti costi- tuiscono un problema ancora non ben affrontato. Un conoscitore delle realtà educative che con maggior chiarezza di altri espone un pensiero cattolico al riguardo, Flavio Pajer1, scrive: «Poteva appa- rire logico e persino inevitabile, fino a tempi recenti, che la scuola pubblica fungesse da catena di trasmissione, oltre che del patrimonio culturale dei va- ri saperi disciplinari, anche di quella istruzione religiosa confessionale colle- gata prevalentemente alla storia e all’ethos della nazione. Ciò appariva fun- zionale nelle società nazionali moderne, sostanzialmente modellate dall’una o dall’altra delle tradizioni confessionali cristiane fin dall’origine degli stati moderni. E a legittimare tale tipo di istruzione religiosa come “memoria na- zionale” si invocava in certi paesi lo statuto di “Chiese privilegiate” (come l’anglicanesimo o il luteranesimo rispettivamente nella società inglese e in quelle scandinave), oppure lo statuto di “Chiese nazionali” (come avviene tuttora nell’area del cristianesimo ortodosso), o ancora lo statuto di Stati con- cordatari (solitamente quelli a maggioranza cattolica). Queste forme storiche di connivenza politico-religiosa sono entrate tutte più o meno in crisi dal mo- mento in cui le società civili europee nelle diverse aree confessionali hanno cessato, sia pur con ritmo e modalità diverse, di essere coestensive alla so- cietà religiosa e quindi di identificarsi con il modello politico-diplomatico di rapporto Stato-Chiesa ereditato dalla storia. E sono entrati in crisi, di conse- guenza, tutti quei modelli di educazione scolastica che integravano nei propri curricoli un’istruzione/educazione religiosa a carattere monoconfessionale». In questo contesto realistico a chi giova immaginare che religioni di larga appartenenza, come l’Islam, abbiano una propria scuola confessionale, quan- do il nostro obiettivo è l’integrazione nel contesto della libertà religiosa? L’Intesa con i musulmani, di cui da tempo sono iniziati gli approcci, ritarda per il mancato accordo tra le diverse comunità islamiche; ma l’interesse fi- nirà per produrre l’accordo. La logica concordataria rivelerebbe così la sua perversità, perché non si potrà negare alla seconda religione del nostro paese lo stesso trattamento riservato ai cattolici e non si sa quale beneficio si potrà ricavare dalla compresenza di diverse “ore di religione”. Anche la questione dei simboli religiosi intriga. Non si comprende perché un popolo che, come gli statunitensi, nomina dio anche sulle banconote e giu- ra in tribunale sulla Bibbia, non abbia immagini religiose all’interno delle istituzioni, se non ci si rende conto che molte religioni – a partire da quell’e- 1 Flavio Pajer è autore di pubblicazioni sulle tematiche in oggetto e dirige l’EuFor News, trimestrale del Forum europeo per l’istruzione religiosa. Altri autori hanno trattato con apertura culturale la materia: T.M. Condorelli, F. Mar- giotta Broglio, C. Mirabelli, F. Onida, P. Prodi, R. Rémond, G. Robbers. 132
frabboni/IMP 4-07-2007 10:49 Pagina 133 braismo che tanta rilevanza ha nella vita americana – negano la riproducibi- lità dell’immagine del divino: basta essere stati in una sinagoga o in una mo- schea per capire che solo i simboli o la geometrizzazione degli spazi danno immagine alla “parola di Dio”. Pedagogisti e politici europei si stanno interrogando sul rapporto fra edu- cazione religiosa e responsabilità dello stato (“apprendimento interreligioso e dialogico” per i tedeschi, “approccio comparativo” in Inghilterra, “studio delle religioni e delle convinzioni” in Belgio). Entrato in crisi il principio del- la confessionalità nazionale, non solo appare dubbio il valore educativo del- l’identificazione culturale con una sola proposta, ma anche – come ben san- no i teologi – il pericolo, in questa fase di secolarizzazione che gli studiosi definiscono post-cristiana, che si incentivi addirittura la concorrenzialità fra religioni e sette. D’altra parte, anche intuitivamente, i docenti italiani di reli- gione sentono già di dover uscire dalla monoconfessionalità obbligata e infor- mano, almeno per cenni, sulle altre fedi. Ricorda il cattolico Pajer che «l’integrazione europea ha bisogno di de- mocrazia, e la democrazia per crescere oggi ha bisogno di alcune regole ap- propriate che funzionino anche nell’ambito della gestione pubblica del fatto- re religioso». Due sono le regole fondamentali che debbono entrare nell’ethos pubblico: una è quella di riconoscere il pluralismo delle fedi non solo sul pia- no diplomatico e giuridico. Una seconda è di «trattare la materia religiosa con criteri rinnovati di laicità e imparzialità». Questo non significa neutralizzare nel privato le scelte religiose, bensì ela- borare il dato religioso nell’imparzialità, sia nelle scuole pubbliche che nelle private (in cui non può più valere il principio dell’esclusività, di fatto ideolo- gica). «L’Europa multireligiosa ha cessato di guardare alla scuola come alla roccaforte di una laicità impermeabile al religioso (Francia), o, al contrario, come alla longa manus delle Chiese di stato per perseguirvi interessi insieme civici e pastorali (com’era consueto nei paesi nordici a tradizione luterana), o ancora come a uno spazio pubblico da appaltare all’invadenza proselitistica dei movimenti religiosi più intraprendenti». Per questo sembra bene che lo stato italiano si faccia interprete di un mo- derno concetto di laicità, che lo ponga in condizione, mediante una legge sul- la libertà religiosa, di non essere invaso da richieste plurime di diritti e fi- nanziamenti. Infatti non viviamo più ai tempi dell’anticlericalismo nei con- fronti della religione di stato, ma in democrazia, anche se i governi hanno per troppo tempo, almeno in Italia, cercato di ingraziarsi il consenso della Chie- sa cattolica, che ha sempre tentato, in genere con successo, di avanzare, per- fino palesemente, condizionamenti alla libertà politica. Poche in questi de- cenni le testimonianze di senso dello stato e di autonomia: importante quella di un De Gasperi, escluso dall’accoglienza in Vaticano, per aver scelto di es- sere un libero e leale Presidente del Consiglio. Oggi sono ripresi, paradossal- 133
frabboni/IMP 4-07-2007 10:49 Pagina 134 mente con più forza, gli atteggiamenti strumentali: esemplare, per l’indebita invasione di campo, l’intervento del presidente della CEI, card.Ruini, nella campagna referendaria sulla fecondazione assistita. La chiesa aveva il diritto di esprimere le sue valutazioni e di richiamare i cattolici a votare contro il mantenimento di una legge di cui si fosse argomentata la negatività, non di invitare tout court la cittadinanza a non esercitare il voto, in violazione dello stesso Concordato. Romano Prodi, pur non rivelando la sua posizione di me- rito, andò a votare perché si sentiva “un cattolico adulto”. Il governo allora in carica non fu così altrettanto maturo. Oggi l’esperienza si ripete a proposito dell’accanimento terapeutico, del- l’uso delle staminali, delle libere convivenze; e parlamentari di formazione integralista, che partecipano all’attuale coalizione, condizionano le scelte del governo. La situazione politica è paradossalmente peggiorata e, se a destra troviamo le strumentalizzazioni dei neocon e degli atei devoti, a sinistra, no- nostante alcune iniziative condivisibili, la laicità vera fatica a manifestarsi, per evidenti timidezze e preoccupazioni di potere, che non tengono conto dei contenuti reali del contendere, dell’evoluzione del comune sentire, dell’im- portanza della scienza e del rispetto dei principi costituzionali. La chiesa farebbe bene a rinverdire la pastorale della famiglia e del matri- monio, sacramento fino a pochi decenni or sono finalizzato alla riproduzione e al remedium concupiscentiae e non ancora all’amore. Oggi genitori cattoli- ci iperclericali e tradizionalisti hanno figli che convivono, e, per ciò che attie- ne la morale sessuale, i fedeli non si curano più di osservare il rispetto di una dottrina calata dall’alto. Gli ecclesiastici non si accorgono che le parole della fede restano immutate, mentre è cambiata la ricezione del loro senso. Neppu- re la società civile può disinteressarsi di ciò che, chiamato “famiglia” per ra- gioni di comodo, è nome plurale e resta, comunque costituito, l’aggregato so- ciale più importante. Istituzioni e cittadini, così come enti religiosi e fedeli (anch’essi cittadini) debbono proporsi itinerari di laicità: i bambini nati da una libera convivenza hanno diritto al nido e lo stato di questo si deve curare e non di normare “per legge” che cosa sia perbene o permale. Persistendo le difficoltà politiche, in una situazione vischiosa che evita di affrontare i problemi per quello che significano socialmente e culturalmente, non conviene neppure menzionare una possibile abrogazione del concordato- Craxi del 1984. Tuttavia sarebbe il caso, almeno, di ripensare la cooperazio- ne con la Santa Sede e il finanziamento degli enti religiosi: se, infatti, gli sta- ti dispongono sempre meno di danaro per i servizi e gli Enti locali ricorrono a convenzioni con il privato, fin qui cattolico (e intaccano il “senza oneri per lo stato” della Costituzione), non è possibile mettere a repentaglio il princi- pio di laicità nella parità della programmazione educativa (compreso il ri- spetto per gli stranieri e i non avvalentisi), nei controlli che attestino la lega- lità degli atti, nella tutela degli insegnanti di religione che non possono esse- 134
frabboni/IMP 4-07-2007 10:49 Pagina 135 re convalidati e revocati dall’autorità ecclesiastica a spese dello stato. La Chiesa, per il suo statuto fondativo, dovrebbe essere povera e la comunità dei credenti (l’Islam, con modi propri, lo fa) dovrebbe sostenerne le esigenze. Realisticamente si comprende che, per l’azione positiva svolta in seno alla so- cietà, in tutta Europa si diano sostegni alle opere degli enti religiosi; si com- prende molto meno la fiscalizzazione di stato dell’8 per mille. Anche sotto questi aspetti l’interesse diviene anche didattico e pedagogi- co. Se la scuola si chiamerà fuori da interventi che possano accusarla di “fa- re politica”, le opinioni dei giovani, che hanno libero accesso a qualunque informazione tramite Internet, potranno fermarsi a schematismi e luoghi co- muni. Deve stare a cuore, dunque, che i giovani siano preparati alle sfide ine- dite del nostro tempo: solo la libertà di coscienza in un più forte contesto de- mocratico può indurre a scelte non riduttive. È la laicità, bellezza. Bibiografia Amatucci L. – Ugenti A. – Matarazzo F., Lo spazio europeo dell’educazione. Scuo- la, Università, Costituzione per l’Europa, Roma, Anicia 2005. Bein Ricco E. (ed.), La sfida di Babele. Incontri e scontri nelle società multicultura- li, Torino, Claudiana 2001. Commission Européenne – Groupe des conseillers politiques, Le dialogue entre les peuples et les cultures dans l’espace euro-méditerranéen. Rapport du Groupe des Sages créé à l’initiative du Président de la Commission Européenne, Office des publications officielles des Communautés européennes, Luxembourg 2004. Conseil De l’Europe, La sensibilisation non confessionnelle au fait religieux : quel- le contribution à la citoyenneté démocratique? Rapport de la Journée d’étude des IONG au Conseil de l’Europe, Strasbourg 28 avril 2005. Consiglio d’Europa – Assemblea Parlamentare, Educazione e Religione. Raccoman- dazione n. 1720, discussa e approvata a Strasburgo il 4 ottobre 2005 (cf. www.coe.int/). De Vita R. – Berti F. – Nasi L. (edd.), Democrazia, laicità e società multireligiosa, Milano, Franco Angeli, 2005. Estivalezes M., Les religions dans l’enseignement laïque, Paris, Presses Universitai- res Françaises 2005. Ferrari S. – Durham Jr W.C. – Sewell E.A. (edd.), Diritto e religione nell’Europa po- st-comunista, Bologna, Il Mulino 2004. Filoramo G., Che cos’è religione?Temi metodi problemi, Torino, Einaudi 2004. Genre E. – Pajer F., L’Unione Europea e la sfida delle religioni. Verso una nuova pre- senza della religione nella scuola, Torino, Claudiana 2005. Margiotta Broglio F., Mirabelli C., Onida F., Religioni e sistemi giuridici, Bologna, Il Mulino 1997 135
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